Classe di fuoco L per Batterie al Litio e Sicurezza Antincendio

L’evoluzione tecnologica e la costante spinta verso la transizione energetica hanno introdotto nelle nostre aziende e nelle nostre vite un numero sempre maggiore di dispositivi e veicoli alimentati a batterie agli ioni di litio. Questa innovazione, tuttavia, porta con sé rischi inediti che le normative antincendio tradizionali non riuscivano più a coprire appieno.

Per colmare questo vuoto normativo e tecnico, il 21 gennaio 2026 è stata pubblicata la norma internazionale ISO 3941:2026, destinata a rivoluzionare il settore della prevenzione incendi e della sicurezza sul lavoro con l’introduzione di una nuova categoria: la Classe di fuoco L.

Cos’è la nuova Classe di Fuoco L?

Fino a poco tempo fa, la classificazione degli incendi si fermava alla lettera F (oli da cucina). La novità più significativa della ISO 3941:2026 è il riconoscimento ufficiale dei pericoli legati all’energia elettrochimica.

La Classe L definisce specificamente gli incendi che coinvolgono celle e batterie agli ioni di litio (in assenza di litio metallico) e i moderni sistemi di accumulo energetico (BESS).

Perché le batterie al litio fanno categoria a sé?

A differenza dei fuochi tradizionali di materiali solidi o liquidi, gli incendi che rientrano nella Classe L sono di natura elettrochimica. Questo comporta sfide estreme per i soccorritori e gli addetti alle emergenze, a causa di tre fattori critici:

  • Elevata densità energetica: le batterie rilasciano enormi quantità di energia sotto forma di calore in tempi rapidissimi.
  • Velocità di propagazione: il fuoco si espande in modo molto più aggressivo rispetto ai combustibili tradizionali.
  • Il pericolo del “Thermal Runaway“: le batterie possono innescare una reazione a catena nota come instabilità termica (o thermal runaway), un fenomeno difficilissimo da domare con i metodi di spegnimento convenzionali e in grado di causare riaccensioni improvvise.

Le Classi di Fuoco: lo schema aggiornato

Con l’aggiornamento normativo, lo schema internazionale delle classi d’incendio risulta così composto:

  • Classe A: Solidi organici (legno, carta, plastica) che formano braci.
  • Classe B: Liquidi o solidi liquefabili (benzina, solventi).
  • Classe C: Gas infiammabili (idrogeno, metano, GPL).
  • Classe D: Metalli combustibili (magnesio, potassio).
  • Classe F: Oli e grassi vegetali o animali da cottura.
  • Classe L (NUOVA): Batterie agli ioni di litio e sistemi di accumulo energetico.

Nuove strategie di spegnimento: la polvere non basta più

Il passaggio alla ISO 3941:2026 impone una profonda riflessione sulle attuali dotazioni antincendio aziendali e la formazione degli addetti antincendio. Un incendio di Classe L non richiede semplicemente di essere “soffocato”, ma necessita di un raffreddamento radicale.

L’uso dei comuni estintori a polvere ABC, per quanto diffuso, potrebbe non essere più sufficiente per scongiurare il rischio di riaccensione tipico delle celle al litio. I nuovi protocolli richiedono agenti estinguenti specifici e volumi adeguati di acqua o schiume formulati proprio per assorbire l’enorme calore generato dalle batterie.

Cosa devono fare le aziende ora?

Se la tua attività gestisce lo stoccaggio di dispositivi elettronici, dispone di parcheggi con colonnine di ricarica per e-bike o auto elettriche, oppure ospita centri dati e sale server, è fondamentale agire subito per adeguarsi alle nuove direttive:

  1. Revisione delle dotazioni antincendio: Verifica che i mezzi di estinzione presenti in azienda (come gli estintori) siano idonei e certificati per fronteggiare la nuova Classe L.
  2. Aggiornamento del DVR: Il Documento di Valutazione dei Rischi deve essere prontamente aggiornato per includere le implicazioni di sicurezza legate alla presenza di sistemi di accumulo al litio.
  3. Formazione specifica: I tecnici e gli addetti alle emergenze antincendio devono essere riaddestrati. Devono saper riconoscere tempestivamente l’inizio di un thermal runaway, valutare il rischio di esplosione e saper gestire la presenza dei gas altamente tossici che vengono sprigionati durante questi specifici incendi.

La pubblicazione della norma ISO 3941:2026 è un chiaro promemoria: le misure di prevenzione devono evolversi alla stessa velocità della tecnologia. Proteggere le vite umane e le strutture oggi significa farsi trovare preparati di fronte ai nuovi rischi del futuro.

Scegliere l’Estinguente Giusto: L’Efficacia della Vermiculite (AVD)

Definito il rischio, sorge la domanda cruciale: quale agente estinguente utilizzare per la Classe L?

Per decenni, l’approccio standard nello spegnimento antincendio si è basato sul soffocamento (rimozione dell’ossigeno) o sull’inibizione catalitica della fiamma. Per gli incendi che coinvolgono batterie al litio, questi metodi si rivelano totalmente inefficaci. Il cuore del problema non è la fiamma superficiale, ma il fenomeno del thermal runaway (instabilità termica): una reazione esotermica a catena, innescata dal collasso dei separatori dielettrici interni delle celle. Questo collasso genera cortocircuiti, portando a un massiccio rilascio di gas tossici e infiammabili (off-gassing di idrogeno, monossido di carbonio e VOC) e a picchi termici al nucleo in grado di superare i 1000 °C.

Pertanto, l’agente estinguente più idoneo non è quello che si limita a “spegnere la fiamma”, ma quello progettato per garantire il massimo assorbimento del calore profondo (capacità di smaltimento termico) e l’isolamento meccanico. In questo panorama, la tecnologia ha sviluppato soluzioni chimico-fisiche specifiche:

  • Estintori ad AVD (Aqueous Vermiculite Dispersion): Rappresentano lo stato dell’arte e la tecnologia d’elezione per i focolai di Classe L. Utilizzano una sospensione acquosa di vermiculite, un fillosilicato naturale di magnesio e alluminio chimicamente esfoliato. Questi estintori operano con una sinergia termodinamica perfetta: l’acqua sfrutta il proprio calore latente di vaporizzazione per abbattere drasticamente e istantaneamente le temperature. Parallelamente, le particelle di vermiculite, disidratandosi a contatto con le alte temperature, si fondono polimerizzando in un film minerale ceramizzato, dielettrico (elettricamente isolante) e refrattario. Questa barriera vetrificata incapsula fisicamente la cella compromessa, bloccando l’apporto di ossigeno e inibendo la trasmissione del calore per conduzione alle celle adiacenti (mitigazione della propagazione cell-to-cell).
  • Acqua con Agenti Incapsulanti (es. F-500 EA): Questi speciali additivi ottimizzano l’uso dell’acqua riducendone la tensione superficiale, permettendo al liquido di penetrare in profondità nei meandri del pacco batteria. Sfruttano la “tecnologia a micelle” per inglobare a livello molecolare i gas idrocarburici emessi, abbassando la soglia di esplosività (LEL) dei fumi e neutralizzandone la reattività.
  • Schiume fluorofree ad altissime prestazioni: Progettate per generare una copertura (blanket) ad alta densità per l’abbattimento dei vapori (Vapor Mitigation). Isolano i gas tossici e offrono un raffreddamento per conduzione, seppur con minore capacità di penetrazione rispetto agli agenti umettanti o all’AVD.

È imperativo ribadire l’assoluta inefficacia degli estintori tradizionali contro questi focolai. I comuni estintori a polvere (ABC) agiscono per inibizione chimica dei radicali liberi della fiamma, mentre il Biossido di Carbonio (CO2) agisce per diluizione dell’ossigeno.

Entrambi hanno un potere raffreddante pressoché nullo sulle braci profonde di una batteria. Il risultato del loro utilizzo è uno spegnimento solo momentaneo delle fiamme esterne, lasciando inalterato il nucleo incandescente: l’innesco di riaccensioni improvvise e violente (spesso di natura deflagrante) è una certezza tecnica, anche a distanza di ore o giorni dal primo intervento.

Articolo redatto da Giuliano Vasciaveo RSPP formatore antincendio qualificato ai sensi dell’Art. 6 del D.M. 2/9/2021.